Giorno zero.

Siamo gli eredi di un’epoca che è finita accompagnata dal rumore di un’esplosione e da un fastidioso piagnisteo. Questa era la colonna sonora della fine del Novecento secondo Eric Hobsbawn, uno dei più importanti storici della contemporaneità, lo stesso che ha affibbiato al secolo scorso un aggettivo molto interessante: “breve”. Il motivo della scelta di tale attributo è dato dal fatto che, per Hobsbawn, il ventesimo secolo è stato un secolo che ha iniziato a dire quel che aveva da dire tempo dopo la sua entrata in scena e si è zittito prima ancora che il suo momento di scendere dal palco fosse arrivato; ha maturato per alcuni anni, nel 1914 ha iniziato realmente ad esprimersi, e nel 1992 si è concluso, lasciando il posto a qualcos’altro. Cosa sia questo “altro” ce lo stiamo chiedendo da un po’ e fatichiamo a trovare risposte; importanti proposte sono state avanzate, ma per ora non si è levata in volo nessuna civetta di minerva che ci raccontasse qualcosa di più del tempo trascorso dalla fine del “secolo breve”, così come nessuna filosofia del mattino si è affacciata ad annunciarci con toni profetici cosa ci aspetta e per quale motivo.

Di una cosa possiamo dirci abbastanza certi: è esistito un mondo antico, pre-moderno, un mondo moderno, e ora siamo di fronte a un mondo radicalmente diverso dai precedenti, per il quale abbiamo difficoltà anche a trovare un nome, o almeno a sceglierne uno tra i vari fin’ora elaborati; uno dei primi che è stato pensato, post-moderno, con il suo “post” ha messo l’accento principalmente sulla distanza temporale tra la nostra epoca e il passato, ma son stati proposti anche “seconda modernità”, oppure modernità “liquida” (contrapposta a una prima modernità “solida”). Sembra comunque che si voglia far emergere la sensazione che c’è stato un passaggio da un mondo circoscritto, strutturato, descrivibile nei suoi caratteri fondamentali, a un mondo in cui ci ritroviamo del tutto privi di punti fermi, e perciò incapaci di comprenderlo o anche solo di averne una visione onnicomprensiva, per quanto vaga. Non siamo chiaramente cechi, vediamo ciò che abbiamo attorno, notiamo i cambiamenti, le evoluzioni, le modificazioni; ma non riusciamo a trarre da questo materiale nessun tipo di spiegazione esaustiva. Tutti i principi eterni o i valori universali (o che almeno si presentino con una pretesa di universalità accolta e promossa dal senso comune) ormai non ci riguardano più: non c’è più Dio, non c’è più progresso infallibile, non ci sono più utopie, né verosimili e tanto meno inevitabili. Allo stesso modo non c’è una tendenze culturale, artistica, letteraria omogenea e dominante; ce ne sono tante, diverse, incapaci di essere radicalmente innovatrici.

La complessità è probabilmente il tratto peculiare e specifico del nostro tempo. Ma non perché il mondo in cui viveva un uomo – per fare un esempio – del XII secolo, fatto di lotte feudali, particolarismi politici, poteri teocratici, ordini monastici, eccetera, fosse semplice nei fatti; era semplice, piuttosto, nell’immagine che il singolo individuo incarnava: Dio era il perno attorno a cui tutto girava, e così la vera conoscenza era la conoscenza che più si avvicinava al perno stesso, che contemplava quindi l’universale, che riconosceva esclusivamente le leggi generali dell’ordine che Dio aveva impresso al mondo. La nostra immagine del mondo è, al contrario, priva di qualsiasi principio unitario e fondamentale, è piuttosto enormemente frammentata in tantissimi diversi scorci, ognuno dei quali si concentra su una piccolissima porzione della realtà e tenta di descriverla con la massima precisione possibile. Ciò che manca è perciò uno sfondo in
cui inserire le tessere. Tutti gli ambiti del sapere si sono estremamente specializzati, gli studiosi elaborano modelli e teorie diversi per analizzare al meglio il loro oggetto di studio che quasi sempre rientra in un ramo stretto, specifico e circoscritto di una certa materia; e il focus del loro lavoro non si smuove quasi mai da quel preciso oggetto. Dunque è come se avessimo tutto un assortimento di occhiali con lenti diverse e quello che ci consente di osservare e spiegare un fenomeno non ci consente di osservarne un altro. Ecco perché elaboriamo risposte sempre più precise e valide, ma sempre più settoriali e limitate, che possono aver valore in certi casi e in certi ambiti ma non in altri.
E’ qua troviamo il punto che ci interessa nello specifico: nonostante il fatto che i problemi che ci tocca affrontare sono ampi, globali, interconnessi, noi ci confrontiamo con essi con visioni spezzettate, punti di vista parziali, prospettive unilaterali; e la domanda che potrebbe direttamente seguire a questo discorso è “potremmo fare altrimenti?”. In altre parole, potremmo riuscire a dare una risposta globale a problemi globali riappropriandoci appieno della capacità di raccontare il presente e progettare il futuro?

Oggi ci si parano davanti crisi ambientali, conflitti geopolitici, diatribe culturali, enormi disuguaglianze sociali ed economiche. E se vogliamo fare passi avanti nella loro risoluzione, a nostro modo di vedere, non servono a niente le decisioni autoritarie, le chiusure, il controllo totale. Ciò che riteniamo sia doveroso rifondare è la capacità di dialogare e confrontarsi; cosa che, paradossalmente, nonostante l’iperconnessione
costante nella quale siamo immersi, pare diventi sempre più complicata. E poiché non c’è dialogo con chi fa di certe assunzioni una fede religiosa, ciò che ci piacerebbe fare, nei limiti delle nostre possibilità e capacità e facendo tesoro della lezione socratica, è incrinare le certezze, seminare qualche dubbio, attraverso racconti che sono stati da molti per lo più dimenticati o ignorati, e punti di vista che raramente vengono tenuti in considerazione. E’ stato detto che il mondo “post-moderno” è quello in cui finiscono le grandi narrazioni; ed è un’affermazione che ci piace, perché è già di per sé una narrazione, anche se sicuramente ce ne sono moltissime altre; ma appunto, se il problema è che abbiamo tante narrazioni diverse e discordati, e al contempo qualcuno non ne conosce proprio nessuna, forse ciò che dobbiamo fare è cercare di raccontarcele a vicenda in modo tale che nessuno resti escluso dal racconto e tutti possano collaborare alla sua scrittura.

André

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