La morte dei Cesari e l’investitura dei Leader.

Un qualsiasi libro di Storia del mondo Occidentale che parli di eventi accaduti in un momento che ci precede a sufficienza, spesso – naturalmente non sempre -, ci fa familiarizzare con una serie di personaggi che di volta in volta vengono illuminati dai riflettori e, nelle vicende, prendono la scena più degli altri; essi solitamente hanno nomi e cognomi che identificano persone che hanno svolto importanti funzioni politiche, che sono stati risolutivi in un conflitto, oppure che hanno segnato una cesura e hanno stravolto un’ideologia, o una religione, o un sapere di qualsiasi tipo. In sostanza abbiamo una lista di re, monarchi, condottieri, pensatori, capi spirituali, istigatori di movimenti o rivolte, diplomatici, esploratori e tanti altri. Ma se chiudiamo questi libri e ne apriamo altri che, a differenza di quelli, ci raccontano di periodi a noi più prossimi, dei secoli nostri vicini – il diciannovesimo e il ventesimo – vediamo che a un certo punto inizia ad apparire un altro personaggio, inizialmente in sordina e poi rivestendo i panni del protagonista di autentici colpi di scena. Stavolta stiamo parlando non di qualcuno, ma di qualcosa, perciò non ha né nome proprio né cognome, ma lo indichiamo con un altro termine, che ci serve per capire di cosa stiamo parlando e per provare a conoscerlo meglio; stiamo facendo riferimento a quei grandi raggruppamenti di persone che prima di allora avevano sempre costituito silenziosamente il pavimento della Storia, e in quel momento avevano capito, proprio in virtù della loro posizione, che muovendosi con irrequietezza avrebbero potuto far vacillare l’intero edificio: la massa (o se preferiamo le masse).

E qua apriamo di partenza un problema storiografico, che poi prosegue nel far fiorire domande in tante altre discipline, e che al momento possiamo (e dobbiamo) lasciare sullo sfondo. Perché qua non ci interessa descrivere la natura della massa o discutere a fondo sul ruolo che ha avuto nella Storia. Ciò di cui vogliamo parlare è di come sono apparsi agli occhi dei contemporanei quei fenomeni sociali straordinari che, ispirati sopratutto dal Comunismo e dal Socialismo, ma anche dal Nazionalismo e dallo Sciovinismo, hanno prepotentemente inondato l’Europa, alla fine dell’Ottocento, di scioperi, manifestazioni, tumulti, proteste; cose che sono sempre esistite, ma che in quel momento rivelavano una nuova natura. Ed ecco, che gli acuti osservatori di questi fatti non mancarono, tra questi, in particolare, Gustave Le Bon, un esimio, noto, carismatico e intelligente rappresentante della più importante borghesia parigina. Di idee solidamente conservatrici e con un carattere forte, arricchito da un amor proprio ipertrofico, Le Bon vantava un discutibilissimo curriculum di storico e psicologo, e si considerava del tutto degno e capace di ricoprire il ruolo di intellettuale e consigliere della classe di governo. Egli si inserì nella scia di quegli studiosi che negli ultimi decenni dell’Ottocento, si interessarono particolarmente dei fenomeni sociali collettivi, creando quella disciplina che viene solitamente indicata come psicologia della folla; in realtà, appropriandosi indebitamente di alcune idee e sviluppandone sommariamente altre, quello che fece Le Bon fu rivendicare la quasi totale paternità degli studi sulla folla. Aldilà dei suoi dubbi meriti, non si può negare che egli fu attentissimo nel cogliere i fermenti in seno alla sua epoca, e che seppe svolgere, meglio di tutti i suoi predecessori, sin dall’inizio della sua carriera di studioso, un incredibile lavoro di divulgazione, cosa che, probabilmente si dimostrò fondamentale per consentire alla sua opera più famosa, “La psicologia delle folle”, uscita nel 1895, di diventare un vero e proprio best seller. Il suo libro influenzò un’intera generazione, e, sopratutto, fu letta e riletta da numerosi capi di Stato; proprio tra questi, coloro che mostrarono un grande apprezzamento furono i noti Benito Mussolini e Adolf Hitler. Infatti, per essere precisi, non furono capi di Stato qualsiasi coloro che più si appassionarono alla sua opera, bensì furono i dittatori di tutte le specie. Non fu certamente un caso: l’intero libro di Le Bon, scritto con uno stile chiaro, semplice, apodittico e fruibile da un vasto pubblico, contiene una discussione sulla natura e sulle caratteristiche proprie delle folle; la loro natura degenerativa, anormale, deviata, assieme alla loro suggestionabilità, la loro incapacità di ragionare in modo complesso, il loro essere soggette agli strati più impulsivi della coscienza, costituiscono l’oggetto costante del discorso. Chiaramente queste folle di cui si parlava si riferivano, per la maggior parte dei casi, a quelle mobilitate e ispirate dai movimenti socialisti, che negli anni ‘80 dell’Ottocento ebbero un’incredibile crescita, sia in termini di sostenitori sia in termini di organizzazione, e in varie occasioni come nel caso dello sciopero del primo maggio 1890, spaventarono profondamente le élites dominanti. La conclusione di Le Bon, dunque, era che l’insorgere delle folle è un fenomeno storico che si ripresenta ciclicamente e che ogni volta è stato segnale della crisi e della dissoluzione delle grandi civiltà, quindi le classi al potere avrebbero dovuto studiare a fondo i movimenti di massa per imparare a controllarli e smorzare le loro spinte demolitrici. Perciò nelle pagine di Le Bon emergono con frequenza considerazioni sui modi in cui è possibile dominare le folle attraverso il leader forte e autoritario, attraverso la suggestione per via delle immagini, dei discorsi, degli slogan ripetuti all’eccesso, attraverso il coinvolgimento emotivo, la stimolazione di istinti viscerali; un insieme di elementi che ci rimandano subito ai totalitarismi del Novecento. Per questo motivo saremmo tentati di dire che Le Bon ha sviluppato una visione pungente che andava al di là dei suoi tempi, per cogliere come si sarebbe evoluto i rapporto tra le élites e le masse nei decenni a lui successivi; ma forse, così facendo, compiremmo un errore perché non terremmo in considerazione che, in effetti, Le Bon tutti quei sistemi di controllo e mobilitazione delle masse non li aveva solo pensati, ma ne aveva anche visto con i suoi occhi dei chiari esempi. Infatti, i dittatori novecenteschi hanno una sorta di precursore, un uomo che da semplice generale carismatico e ambizioso, è riuscito a creare e consolidare progressivamente un proprio potere personale, sino quasi a compiere un colpo di stato e rovesciare il regime della Terza Repubblica francese, il suo nome era Georges Boulanger. Per la Francia non era certo una novità testimoniare l’ascesa politica di un un uomo che nelle sue mani concentra tutto il potere e governa in modo forte e autoritario, dato che siamo alla fine dell’Ottocento, e il ricordo di Napoleone Bonaparte è ancora vivo. Eppure stavolta c’è qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo: la costruzione del potere personale di Boulanger non si regge su qualcosa come l’acclamazione di un nuovo Cesare da parte dei Francesi, non sono più i plebisciti e il consenso popolare espresso o tacito a creare le basi della legittimità; bensì ci troviamo di fronte a una eccezionale mobilitazione delle masse, resa possibile, innanzitutto, dai nuovi mezzi di comunicazione (o da vecchi mezzi usati in nuovi modi) e dalle nuove forme di associazione che partecipano attivamente all’ascesa del generale; e in secondo luogo, da una continua ricerca del consenso che si fonde con l’affermazione di ideologie sciovinista, antisemite, anti-socialiste, anti-parlamentariste, antidemocratiche. Ecco, quindi, che, come è stato affermato da alcuni studiosi (Van Ginneken 1989), il leader nel relazionarsi con le masse si lascia alle spalle la formula così detta cesarista o bonapartista e passa a una formula protofascista.

Dunque, pare che effettivamente Le Bon abbia avuto un chiaro modello a cui ispirarsi quando cercava di mettere in guardia la classe dominante europea dalla prepotenza delle folle, e le consigliava di iniziare a premunirsi nei loro confronti adottando tecniche che consentissero di canalizzare e direzionare la grande energia che la collettività riunita possiede. E oggi, con uno sguardo distante di più di un secolo da quello di Le Bon forse possiamo dire che la lezione è stata imparata anche tropo bene, le dittature del Novecento ce lo dimostrano; e lo hanno dimostrato in modo talmente efficace che spesso sentendo la loro storia non ci capacitiamo di come certe cose siano potute accadere. Ma se proiettiamo la messa a fuoco un po’ più indietro, oltrepassando anche la retroguardia delle trincee da cui è nata l’Europa contemporanea, e osserviamo la mentalità, i climi culturali e scientifici del secolo XIX, vediamo che quasi nulla di quello che le grandi dittature hanno creato è stato inventato da zero. Quando gli edifici monolitici del totalitarismo sono stati eretti le fondamenta erano già pronte.

– André

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