Il tramonto dell’io e l’avvento dell’inconscio. Parte 0: – Orizzonti, paure e reazioni nella prima età della tecnica.

In questo articolo tentiamo di descrivere in linee generali il processo di formazione, iniziato a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, di un orizzonte culturale ampio, vario e profondamente diversificato e non privo di contraddizioni, che ha portato alla definizione di un quadro complessivo entro il quale si sono sviluppati concetti e idee che si ricollegano al pensiero freudiano. Quest’ultimo non è oggetto di discussione di quest’articolo ma verrà trattato e analizzato in una serie di articoli successivi, in una specie di percorso a tema.

Il primo gruppo di pensatori, artisti, letterati e intellettuali vari che hanno incominciato a dare dignità al continente che diverrà il centro delle riflessioni di Freud, appartiene alla profondissima corrente culturale che va sotto il nome di Romanticismo, che tanto ha influenzato nei modi, nelle mentalità e nei costumi le giovani generazioni di inizio Ottocento. Già da alcuni secoli, con Cartesio, il termine io aveva fatto la sua comparsa in filosofia, ma questi giovani romantici guardano alla soggettività in un modo nuovo, poiché, facendo propri gli ideali e i concetti del movimento tedesco Sturm und Drang (tempesta e impeto), cui diedero vita Goethe, Schiller, Herder e altri tra poeti e drammaturghi, concepiscono la Natura non in chiave meccanicistica tipica della nuova scienza e del sistema galileo-newtoniano, ma viva e permeata di una forza creatrice presente anche nell’Uomo, essendo egli, nel corpo, parte integrante della Natura. Questa forza è inconscia in noi e mai del tutto conoscibile. Essa è di infinita profondità, non comprensibile e spiegabile con le maglie strette della razionalità illuministica che con il suo taglio logico inquadra, delimita. Tuttavia può essere percepita da quelle componenti irrazionali presenti nel sentimento. A partire da questo concetto di forza vitalistica intrinseca alla Natura, il quale aveva condotto e suggerito a molti scienziati romantici di indagare i fenomeni elettrici da un punto di vista differente da quello della fisica classica, che interpretava l’Universo come un enorme meccanismo regolato e mossa dai suoi ingranaggi meccanici esattamente come un orologio, si perviene all’elaborazione di un nuovo concetto di libertà. Di questa libertà però non possono godere tutti gli individui ma solo il genio, colui che costruisce la sua esistenza a prescindere e contro le convenzioni e prescrizioni sociali e soprattutto che è in grado di avvertire presso di sé, nel profondo della sua anima, il Tutto infinito. Al di là delle interpretazioni che si possono avanzare per spiegare il movimento romantico, si ritiene ormai che “questa mentalità ostile al razionalismo” cosi com’è stato indicato da George Mosse, storico tedesco, espressa da quest’élite di giovani intellettuali colti, sia la manifestazione di un atteggiamento di rifugio e lotta contro una realtà storica e in rapido cambiamento. Senza dubbio la modernità passata attraverso le scoperte geografiche, la Riforma e le guerre religiose, la costruzione dello Stato moderno, la Rivoluzione scientifica, l’illuminismo e rappresentata così fortemente da una borghesia capitalista in ascesa nel corso del XIX secolo, aveva trasformato l’Europa feudale in cui l’uomo attraversa la propria esistenza in un orizzonte di valori tradizionali, cristiani dove l’identità è assegnata e definitiva e descritta cosi bene dalla Teologia, in una civiltà industrializzata che tende a superare e a scardinare quei valori e nella quale hanno sempre maggior peso l’individualismo e l’iniziativa personale. La Rivoluzione francese imbevuta delle idee illuministe e le conseguenti conquiste napoleoniche, la Restaurazione che cerca di ristabilire l’ordine politico-sociale di Antico regime e la Rivoluzione industriale che, cambiando drasticamente i modi di produzione, porta alla nascita di nuove figure sociali come gli operai di fabbrica e impone sulla scena le nuove macchine a vapore, alimentando quell’idea di progresso già presente nel pensiero illuminista, sono il segno di un irreversibile mutamento del quadro generale entro il quale si esplicano le modalità dell’esistenza dell’Occidente in primo luogo, ma in generale del pianeta intero, nella mentalità e nei modi e stili di vita. In tale contesto nasce, come dicevamo, l’esigenza di ridefinire il concetto di libertà perché possa corrispondere al meglio a questa complessa situazione storica. Intellettuali come Benjamin Constant arrivano a stabilire dei paragoni tra la libertà dei moderni e quella degli antichi greci e romani: “Il fine degli antichi era la divisione del potere sociale fra tutti i cittadini di una stessa patria; era questa che essi chiamavano libertà. Il fine dei moderni è la sicurezza nei godimenti privati; e chiamano libertà le garanzie accordate a questi godimenti dalle istituzioni”. Ed è proprio la definizione di libertà proposta da Fichte a fine Settecento nella Prima introduzione alla Dottrina delle Scienze, che interpreta la realtà risolta nell’ideale inteso come infinito attuarsi del pensiero, a fondare l’Idealismo. Per capire un poco ciò di cui si sta parlando spieghiamo con un esempio: la storia di oggi che in questo momento tutti noi contribuiamo a costruire, nasce con la Rivoluzione francese. Ma anche la Rivoluzione nasce da antico regime che è figlio del medioevo (cosi per intenderci), il quale è il frutto della storia romana e del cristianesimo e così via in un percorso a ritroso. L’idealismo raggiunge i suoi massimi sviluppi con Hegel. “Il mondo moderno – dice Hegel nelle sue Lezioni sulla Storia della Filosofia – pone lo spirito umano nella condizione di sentirsi presso di sé, proprietà di se stesso, in quanto fa emergere prepotentemente la soggettività dell’essere umano, persino nella forma estrema di un individualismo refrattario ad ogni controllo sociale” (M. Bontempelli, F. Bentivoglio, Il senso dell’Essere nelle culture occidentali, vol. 3, Trevisini editore, 2001). Alcuni sostengono che sia Hegel che per primo ha capito che le filosofie, strutturandosi come metafisiche della realtà vera, lungi dall’essere il rispecchiamento della verità assoluta, sono il prodotto di un pensiero fin troppo umano calato in un ben determinato ambito storico-culturale. Eppure Hegel indica che una filosofia vera esiste e giunge ad essa, attraverso la logica delle contraddizioni, interpretando le varie filosofie come aventi aspetti dell’unica filosofia possibile, che poi è la sua, collegati e uniti nella rete logica che chiama Idea. Che si accetti o meno il suo punto di vista, egli è l’esempio tipico di un mondo culturale attento ai cambiamenti in atto nel seno della società, che incomincia a capirli e a rifletterli nella cultura che produce. Emblema di questi cambiamenti è lo scontro tra le forze liberali e democratiche e quelle conservatrici reazionarie. La Rivoluzione lascia accesi in Europa focolai rivoluzionari che riprendono vigore negli anni ’30 e culminano con la Rivoluzione del ’48, che sancisce la sconfitta delle istanze liberali democratiche e vede un ripiegamento del mondo imprenditoriale in campo esclusivamente economico. Ciò comporta una riscrittura dello “statuto” in cui si riconosce la borghesia, che viene ridefinito in senso esclusivamente utilitaristico. Intorno alla metà del secolo l’economia europea conosce una fase di forte espansione, si sviluppano i trasporti con l’avvento della ferrovia, fioriscono le industrie siderurgiche e meccaniche e non ha soluzione di continuità quel processo di industrializzazione dell’Europa continentale iniziato attorno al 1830 e che aveva introdotto quel nuovo sistema produttivo nato in Inghilterra nel ‘700 con la Rivoluzione industriale, cui faceva perno la fabbrica. Il lavoro in fabbrica si basa sulla sua parcellizzazione o divisione, e il lavoratore diventa operaio specializzato addetto a una specifica mansione all’interno di una grande catena di montaggio. Marx vedeva nella divisione del lavoro la causa della “alienazione” dell’operaio, nel senso di una sua riduzione a oggetto da parte del capitalista, il quale prima toglie le condizioni al lavoratore di costruire una propria attività e poi usa le sue abilità destinandolo a un lavoro ripetitivo, massacrante che gli era estraneo. In corrispondenza di questo forte sviluppo economico, nei vent’anni successivi al ’48 la borghesia va incontro a un periodo di grande affermazione definito “età della borghesia”. Questa parola, borghesia, la abbiamo utilizzata spesso in quest’articolo senza, per altro, darne una definizione. Ai fini della nostra discussione è bene invece, ora, specificare che il termine indica non tanto una categoria definita entro la quale cade un gruppo compatto e unito di individui, quanto un gruppo eterogeneo di figure sociali: scienziati, medici, artigiani, insegnanti, ingegneri, burocrati, piccoli proprietari agricoli, commercianti, banchieri, agenti della finanza, grandi capitalisti industriali e persino qualche nobile col senso degli affari. È comprensibile quindi che ci troviamo di fronte a personaggi dalla fisionomia più diversa, accomunati tuttavia da elementi che in parte abbiamo ricordato: iniziativa personale, concorrenza, senso degli affari, ecc…

Lo stile di vita borghese si riflette nell’abbigliamento ostentato in pubblico, nel modo di arredare le abitazioni: la casa è sobria, austera e non lussuosa come le dimore aristocratiche, ornata con quadri, soprammobili e oggetti vari; in salotto si leggono i libri e si ascolta della buona musica. Il borghese divide la sua vita tra il lavoro e la famiglia. Quest’ultima si configura secondo uno schema ad asse verticale in cui il padre è il capofamiglia benevolo e autoritario a un tempo, la moglie e madre ha la responsabilità del focolare domestico e della severa educazione dei figli, anch’essi subordinati ai genitori. L’educazione si ispira ancora a una morale puritana, tradizionale, capace di dare sicurezza in un mondo dove l’impresa e il rischio sono pane quotidiano. È importante ricordare che anche in questo caso l’illustrazione precedente semplifica una realtà ben più complessa e serve solo a vantaggio della nostra spiegazione.

In Gran Bretagna, poi, nel 1837 sale al trono la regina Vittoria che inaugura un lunghissimo periodo in cui vige, nel campo delle relazioni interpersonali, la morale vittoriana. L’aristocrazia deve fare da esempio agli esponenti di classe di rango inferiore mediante comportamenti e stili di vita che derivano da una conformità ai valori della religione, della castità. L’individuo deve esibire dei costumi che lo rendano rispettabile in società e avere dei limiti da non superare che costituiscono la base delle sue rinunce. Di sesso è severamente vietato parlare in pubblico; è proibito l’uso di anticoncezionali. La struttura familiare rispecchia quella descritta precedentemente. Non mancano gli artisti che denunciano il dilagare della prostituzione. I rigidi comportamenti pubblici lasciano il posto ad atti ” peccaminosi” nella vita privata. E cosi terminiamo la prima parte di una serie di articoli che dedicheremo a Freud e alla psicanalisi. Come si è potuto capire dalla lettura del testo il quadro dei concetti indicato all’inizio non è stato neppure sfiorato. Il mio tentativo verteva nella descrizione di un panorama storico-culturale che è alla sua base. Questo articolo è solo parziale e non omogeneo. Sono stati fatti dei nomi e molti pensatori non sono stati neppure menzionati. Il mio obbiettivo era solo quello di lasciar emergere dalla descrizione il passaggio fondamentale avvenuto nel periodo di cui si è parlato e il trauma grave da cui è stato accompagnato. Molte cose non sono state dette e per ciò non me ne vogliano gli esperti. A partire dalla metà Ottocento si diffonde il positivismo. Da qui prenderemo le mosse nelle prossime discussioni.

-Enrico

 

  • M. Bontempelli, F. Bentivoglio, Il senso dell’Essere nelle culture occidentali, vol. 3, Trevisini editore, 2001.
  • Autori vari, Universo della psicologia, vol. 1, Motta, Milano 1982.
  • A. Giardina, V. Vidotto, G. Sabbattucci, Il mosaico e gli specchi, vol.4, Laterza, Firenze 2006.
  • B. Costant, Antologia scritti politici, Il Mulino, Milano 1982.
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